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Specchi

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Autoritratto di Hebborn

L’elaborato gioco di fumo-e-specchi di Eric Hebborn con il mondo dell’arte.

All’inizio della sua carriera di commerciante d’arte, Eric Hebborn acquistò un disegno attribuito a Jan Brueghel il Vecchio. Lo schizzo raffigurava i templi in rovina di Venere e Diana nella Baia di Baia (l’antica Baiae), l’antico paesaggio romano liricamente reso in un seppia fluido, eppure qualcosa di erroneo appariva allo sguardo analitico di Hebborn. Le linee sembravano lente, come se la penna fosse stata esitante, il contrario di una composizione tratteggiata di getto. Ritenendo di avere una copia d’epoca, forse disegnata da un incisore che stava preparando un’incisione, Hebborn decise di sostituirlo con l’originale perduto.

Non sarebbe stato facile, dato che l’anno era il 1963 e l’originale era probabilmente scomparso da tre secoli e mezzo. Ma Hebborn aveva un’idea particolare di originalità. Togliendo lo schizzo dalla sua vecchia cornice di legno, lo attaccò a un tavolo da disegno accanto a un foglio di carta bianca della stessa epoca, e decise di riscoprire il disegno perduto di Brueghel copiando la copia.

Hebborn era un raffinato disegnatore, addestrato alle tecniche classiche alla Royal Academy of Art. In effetti è stata questa educazione a sensibilizzarlo alla esitazione nelle linee tracciate dai copisti, che in genere devono lavorare più lentamente dell’autore originale, eliminando la spontaneità, per imitare fedelmente una composizione originale. L’esperienza con la penna ha anche portato Hebborn a un’altra distinzione più sottile: le linee in una copia non sono generalmente disegnate nell’ordine in cui sarebbero state disegnate naturalmente. Poiché l’immagine da copiare è stata delineata in anticipo, non c’è alcun processo di improvvisazione,di scoperta. L’abbellimento può precedere la struttura, come un albero che germoglia le foglie prima dei rami.

Il compito di Hebborn era una sorta di reverse engineering (ingegneria inversa) o anche di recitazione del metodo. Dovrebbe decostruire la copia considerando lo scopo di ciascun stile in termini di problemi di disegno dalla biografia dell’autore, e quindi ricostruire l’originale su un altro foglio di carta come sarebbe stato originariamente fatto. Rilassandosi con un briciolo di brandy, Hebborn rianimò momentaneamente l’incontro di Brueghel con i Templi di Venere e Diana. Quindi sigillò il Brueghel riscoperto nell’antica cornice, scaricò la copia del disegno nel bagno e vendette la sua opera alle venerande Gallerie Colnaghi in Bond Street a Londra.

Scheletri che escono dagli armadi

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Hebborn Eric

Il maestro dell’inganno e la morte dell’Arte.

Parlare di Eric Hebborn è come fare una discesa nell’imperscrutabile linea di confine che tratteggia la psicologia e la realtà oggettiva, tra fede e sentimento e la vita con le sue pratiche regole di convivenza; qualcuno la potrebbe definire ‘etica’.

Tratteggiando Freud che definiva la massa come un organismo unitario privo del desiderio di verità ma affamata di illusioni delle quali necessita per poter sopravvivere , Eric Hebborn è stato un prete che ad un certo punto ha voluto abbandonare i paramenti e farci sbirciare all’interno di quei corridoi chiusi al pubblico, che per anni aveva bazzicato. La verità per lui era divenuta essa stessa illusione e la fame puro dileggio, un dissacrante e sottile gioco delle parti. Un doppio gioco?