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Il Manuale

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manuale del falsario

L’occasione di leggere un libro ‘maledetto’

Ho scritto un manuale pratico per soddisfare molte persone desiderose di apprendere un’arte che, a quanto pare, suscita un notevole interesse: quella di falsificare dipinti e disegni. Non passa settimana senza che mi giunga una lettera o una telefonata di qualcuno che chiede consigli su come creare “nuove opere antiche” ed è naturale che non posso rispondere a tutti personalmente. Se queste pagine soddisfano le richieste di quegli appassionati, potrò dire di avere raggiunto il mio scopo”. Così Hebborn ci indica una delle ragioni di questo libro, dedicato all’arte di imitare dipinti e disegni.

Il libro del Maestro Eric Hebborn fuori catalogo , introvabile, bandito, pomo della discordia per ogni Antiquario, Critico,Perito, Collezionista, un libro pratico di tecniche artistiche un compendio che ogni artista dovrebbe leggere, utile e spaventoso per certi versi, ogni segreto del maestro viene dettagliatamente spiegato, ogni trucco psicologico approfondito, se ne comprende la pericolosità per l’ambiente.

The Master

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hebborn Foto

Una dedica al Maestro Eric Hebborn in continua evoluzione

Evidentemente, l’atteggiamento dell’artista nei confronti diciò che è “autentico” e di ciò che è “falso” è diverso da quello del mercante d’arte, dello studioso e del collezionista.

Di solito si immagina che chi falsifica le opere d’arte lavori in
antro misterioso e semibuio. Nulla di più sbagliato. Il buon
falsario opera in uno studio ben illuminato, come i suoi più
rispettatabili colleghi: l’artista e il restauratore. Ma questo libro
non è stato scritto per il falsario già esperto che, grazie alla sua
abilità, può permettersi di affittare o di acquistare uno studio
come si deve; si rivolge invece al principiante, che probabil-
mente dovrà dedicarsi alla sua insana passione in un angolo del-
la casa sufficientemente illuminato, magari in solaio, nella ca-
mera da letto o nel soggiorno. Oppure — perché no? — in cucina.

Il manuale del falsario  The Art Forger’s Handbook è un libro pubblicato nel 1995 pochi mesi prima dell’aggressione avvenuta in piazza Trilussa a Roma, la notte a cavallo fra il 10 e l’11 Gennaio 1996,e della sua morte all’ospedale San Giacomo alle 7,40 di mattina.

Questo libro è stato probabilmente l’ultimo chiodo forgiato per la sua bara, involontariamente o volontariamente, la sua parabola di sommo maestro d’arte e abilissimo conoscitore della psicologia umana lo aveva portato a gettare su carta una vita di segreti e verità mai svelate; questo percorso di confessione iniziato con il precedente ‘Troppo bello per essere vero‘, manifestava il desiderio di espiazione o di beffa finale nei confronti di tutto l’ambiente che aveva per anni conosciuto e imparato a disprezzare: il mercato dell’arte.

Facce di Bronzo

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Bronzo Sardegna falso

Archeologia fantastica e dove trovarla

Questa breve storia racconta di facce, volti scolpiti, figure che vengono fuori dalla terra di Sardegna. Queste sculture sono bronzi e sono parte fondamentale della storia di quell’isola sono come un simbolo sociale che lega le varie sfumature culturali di tutta l’isola.

La civiltà nuragica era una civiltà molto particolare, sfuggente e che non ha lasciato alcun scritto,o almeno non sembra c’e l’avesse una scrittura, tutto a voce e canzoni e pietre e metallo: bronzo. Come tutti i popoli enigmatici la fantasia e la speculazione pervade ogni ipotesi e studio, ci danzano sopra anche gli storici si lasciano andare ad ipotesi suggestive di guerrieri e fate , narrano di giganti che attraversavano foreste e scomparivano , inghiottiti da tombe e dolmen, sotto quella terra mistica. L’isolamento insulare ha creato un unicum socio-culturale che meriterebbe una ben più approfondita analisi, solo i misteri che avvolgono i racconti dei ritrovamenti lasciano sospese domande: quelle teste di giganti rinvenute negli anni 70 (le statue dei giganti di Monte Prama) e tenuti in cantina, per decenni ,nascosti quasi per non voler riscrivere una parte dei libri di storia, riesumare protagonisti dimenticati, non disturbare quello che sta la sotto, no.

L’ Aceto dei Miliardari

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Lafite 1787 Jefferson

L’incredibile epopea del Château Lafite 1787 di Jefferson

Il succoso libro di Benjamin Wallace -the billionaire’s vinegar- racconta la storia della bottiglia “Jefferson” di Château Lafite 1787, che, come lotto 337 venne messa all’asta da Christie’s il 5 dicembre 1985, era la bottiglia di vino più costosa mai venduta. È una storia che riunisce temi disparati di ricchezza,avidità, narcisismo, ego e frode, con un ricco intreccio di storia e qualche ingegnoso lavoro investigativo ben miscelato – ed è una lettura avvincente. Il libro di Wallace merita l’ampio pubblico a cui punta chiaramente, raggiungendo una platea ben più ampia dell’ambito del commercio del vino e dei collezionisti.

Ciò che rende questa lettura così avvincente è che riguarda tanto le persone quanto il vino. Il protagonista della scena centrale è Hardy Rodenstock, che attualmente potrebbe essere la figura più controversa nel mondo del buon vino. Ad Unirsi a lui è un cast illustre e colorato che include Michael Broadbent MW, ricchi collezionisti e mercanti di vino e giornalisti assortiti.

Rodenstock è al centro di questa storia perché è lui che scoprì le bottiglie “Jefferson” a Parigi nel 1985. La storia si sviluppa così. Come ministro americano in Francia, Thomas Jefferson (in seguito terzo presidente degli Stati Uniti) aveva assecondato il suo amore per il buon vino comprando una discreta quantità di top claret (i migliori Bordeaux). (Sappiamo molto su questo lato della sua vita perché ha registrato, in modo ossessivo, quasi ogni dettaglio, per quanto banale, nei suoi diari. Questi sono ancora a Monticello: il museo Jefferson in Virginia.) Ad esempio, nel febbraio 1788 , ordinò 250 bottiglie di Lafite. Le ordinò direttamente alla fonte perché era abbastanza intelligente da rendersi conto che fosse l’unico modo per evitare il rischio adulterazione, per mano dei commercianti di vino. Poi, nel maggio di quell’anno, ordinò 125 bottiglie di Haut-Brion.

Accadde che Jefferson venne richiamato negli Stati Uniti nel 1789 per fungere da Segretario di Stato, e nel caos della Rivoluzione Francese alcuni dei vini che ordinò scomparvero. È possibile che un po’ del vino di Jefferson nascosto a Parigi, sia stato riscoperto solo 200 anni dopo?

Specchi

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Autoritratto di Hebborn

L’elaborato gioco di fumo-e-specchi di Eric Hebborn con il mondo dell’arte.

All’inizio della sua carriera di commerciante d’arte, Eric Hebborn acquistò un disegno attribuito a Jan Brueghel il Vecchio. Lo schizzo raffigurava i templi in rovina di Venere e Diana nella Baia di Baia (l’antica Baiae), l’antico paesaggio romano liricamente reso in un seppia fluido, eppure qualcosa di erroneo appariva allo sguardo analitico di Hebborn. Le linee sembravano lente, come se la penna fosse stata esitante, il contrario di una composizione tratteggiata di getto. Ritenendo di avere una copia d’epoca, forse disegnata da un incisore che stava preparando un’incisione, Hebborn decise di sostituirlo con l’originale perduto.

Non sarebbe stato facile, dato che l’anno era il 1963 e l’originale era probabilmente scomparso da tre secoli e mezzo. Ma Hebborn aveva un’idea particolare di originalità. Togliendo lo schizzo dalla sua vecchia cornice di legno, lo attaccò a un tavolo da disegno accanto a un foglio di carta bianca della stessa epoca, e decise di riscoprire il disegno perduto di Brueghel copiando la copia.

Hebborn era un raffinato disegnatore, addestrato alle tecniche classiche alla Royal Academy of Art. In effetti è stata questa educazione a sensibilizzarlo alla esitazione nelle linee tracciate dai copisti, che in genere devono lavorare più lentamente dell’autore originale, eliminando la spontaneità, per imitare fedelmente una composizione originale. L’esperienza con la penna ha anche portato Hebborn a un’altra distinzione più sottile: le linee in una copia non sono generalmente disegnate nell’ordine in cui sarebbero state disegnate naturalmente. Poiché l’immagine da copiare è stata delineata in anticipo, non c’è alcun processo di improvvisazione,di scoperta. L’abbellimento può precedere la struttura, come un albero che germoglia le foglie prima dei rami.

Il compito di Hebborn era una sorta di reverse engineering (ingegneria inversa) o anche di recitazione del metodo. Dovrebbe decostruire la copia considerando lo scopo di ciascun stile in termini di problemi di disegno dalla biografia dell’autore, e quindi ricostruire l’originale su un altro foglio di carta come sarebbe stato originariamente fatto. Rilassandosi con un briciolo di brandy, Hebborn rianimò momentaneamente l’incontro di Brueghel con i Templi di Venere e Diana. Quindi sigillò il Brueghel riscoperto nell’antica cornice, scaricò la copia del disegno nel bagno e vendette la sua opera alle venerande Gallerie Colnaghi in Bond Street a Londra.

Scheletri che escono dagli armadi

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Hebborn Eric

Il maestro dell’inganno e la morte dell’Arte.

Parlare di Eric Hebborn è come fare una discesa nell’imperscrutabile linea di confine che tratteggia la psicologia e la realtà oggettiva, tra fede e sentimento e la vita con le sue pratiche regole di convivenza; qualcuno la potrebbe definire ‘etica’.

Tratteggiando Freud che definiva la massa come un organismo unitario privo del desiderio di verità ma affamata di illusioni delle quali necessita per poter sopravvivere , Eric Hebborn è stato un prete che ad un certo punto ha voluto abbandonare i paramenti e farci sbirciare all’interno di quei corridoi chiusi al pubblico, che per anni aveva bazzicato. La verità per lui era divenuta essa stessa illusione e la fame puro dileggio, un dissacrante e sottile gioco delle parti. Un doppio gioco?