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IL Falsario di Hitler morto in miseria

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Se n’è andato Konrad Kujau, in punta dei piedi. L’autore di una truffa leggendaria, morto nell’ombra di un talento oscuro e di un’ironia sulfurea.

ITALIA OGGI

Una mia collega ha in salotto un piccolo olio di Emil Nolde. Secondo la quotazione del pittore espressionista tedesco, varrebbe da mezzo milione a 800 mila euro. Lei lo comprò per 500 Deutsche Mark da Konrad Kujau, il falsario autore dei diari di Hitler che, onestamente, lo firmò sul retro con il suo nome. Un altro mio amico, anni fa corrispondente da Bonn, mi mostrava dei bellissimi disegni di Georg Grosz, acquistati per pochi centinaia di marchi: sai, mi diceva, negli Anni Settanta in Germania lo avevano dimenticato. Cosa impossibile. Come fargli capire che lo avevano truffato?

La collega ha un vero falso Nolde. L’amico è orgoglioso di possedere dei falsi falsi Grosz. Nella casa di Goethe a Weimar fui sorpreso da un’enorme testa in marmo di Giunone. Come fecero a trasportarla da Roma attraverso le Alpi? Ma si tratta di una copia della Giunone Ludovisi donatagli da un ammiratore di Berlino. L’originale, del primo secolo avanti Cristo, potete ammirarlo a Roma al Palazzo Altemps. A Goethe non importava di ammirare una copia perfetta.

Falso, vero, dipende da quel che siamo disposti a credere. Pasquale Chessa ne «Il romanzo di Benito-la vera storia dei falsi Mussolini» (Utet; 252 pag.,18 euro), fa una minuziosa e avvincente racconto di tutti i falsi attribuiti al Duce, i diari, il carteggio con Churchill, senza dimenticare le innumerevoli versioni sulla morte. Marcello Dell’Ultri, l’ultimo ad aver speso milioni per acquistare i diari di Mussolini, gli stessi già riconosciuti come falsi anni prima anche da Chessa, intervistato in carcere, ha confidato «la profonda emozione provata quanto presi in mano quei quaderni». Il falsario ha un gioco facile perché il cliente vuole essere ingannato, come Mondadori e Rizzoli che subito dopo la guerra comprarono il falso carteggio di Benito con Churchill. Autentico o meno, avrebbe fatto aumentare le vendite.

Nel 1983, Pasquale Chessa, all’epoca capo della cultura al L’Europeo, fu rimproverato dal direttore per essersi lasciato sfuggire uno scoop storico: i diari di Hitler. Lo salvò l’intuito: «Troppo Hitler, per essere autentici». Il Duce in effetti teneva un diario giornaliero, ma è storicamente provato che il Führer non scriveva un Tagesbuch. Eppure, il falsario Kujau riuscì a convincere il giornalista di punta del settimanale Stern, Gerd Heidemann (forse complice), e il direttore della rivista Henri Nannen, e storici come Trevor Roper. Stern acquistò i 62 volumi per 9,3 milioni di Deutsche Mark, qualcosa come una decina di milioni di euro calcolata la svalutazione.

Kujau aveva scritto una serie di banalità, e i periti non si accorsero che per le iniziali in gotico del Führer in copertina, al posto della «A» di Adolf, aveva posto una «F». Heidemann, oggi ha 87 anni, fu condannato a 4 anni e 8 mesi, nessuno volle più un suo articolo. Ho tentato invano di parlargli, vive in due stanze a Altona, alla periferia di Amburgo, con l’assegno sociale, il minimo vitale, 416 euro al mese. Ma qualcuno è sempre convinto che si sia tenuto una parte della somma pagata da Stern. Kujau, condannato a 4 anni e 6 mesi, è morto nel 2000, a 62 anni. Scarcerato, continuò a vendere falsi di artisti celebri, non copie, ma sue opere «alla maniera di…», come quello comprato dalla mia amica, che ha fatto un buon affare, perché oggi i veri falsi del falsario di Hitler, hanno una quotazione di 1.000-2.000 euro. I diari di Hitler sono andati all’asta nel 2007, e qualcuno ha comprato un volume per 7 mila euro, testimonianza vera di uno storico falso.

Konrad Kujau al lavoro.

Lo scorso settembre Stern ha organizzato una mostra per celebrare i suoi 70 anni, e ha esposto i falsi di Kujau come trofei della storia, nel bene e nel male, e ha prodotto un podcast in dieci puntate, per ricordare quel flop epocale, in modo scanzonato. Ma l’autoironia non basta. Stern, quando fu costretta a ammettere il falso, perse mezzo milione di copie, un terzo della tiratura, oggi vende circa mezzo milione, poche in Germania. I tedeschi delusi non dimenticano.

Il saggio di Chessa non è un romanzo come suggerisce ironicamente il titolo, tranne le prime due pagine in cui si immagina che Mussolini non fu ucciso dai partigiani, ma riuscì a fuggire in Sud America: torna in Italia per partecipare al golpe Borghese, che fallisce perché muore d’infarto all’ultimo momento. Tutto falso, eppure credibile, perché il romanzo e il falso sono sempre più seducenti della verità. Quale verità?

Salute Confratelli!

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